Se Curtis Yarvin prova a immaginare uno Stato governato come un’azienda, Nick Land fa un passo ancora più radicale: mette in discussione l’idea stessa che la politica possa ancora controllare il capitalismo tecnologico.
Land è probabilmente il personaggio più difficile da decifrare dentro l’universo della cyber-destra. Filosofo britannico, ex docente universitario, teorico dell’accelerazionismo, autore di testi che sembrano scritti metà sotto anfetamine e metà dentro un server in surriscaldamento, Land è diventato negli anni una figura di culto per una parte dell’internet più nichilista e tecnocratica.
A differenza di Yarvin, non costruisce sistemi politici ordinati. Non propone costituzioni alternative. Non sogna CEO illuminati che governano città private. Il suo pensiero è molto più disturbante, perché parte da una convinzione quasi anti-umana: il capitalismo tecnologico sarebbe ormai una forza autonoma, qualcosa che si muove più velocemente della capacità politica delle società di controllarlo.
Secondo Land, l’errore dell’Occidente sarebbe continuare a frenare questo processo.
Regolazioni.
Diritti sociali.
Sindacati.
Limiti etici.
Mediazioni democratiche.
Tutto verrebbe percepito come resistenza artificiale contro una trasformazione inevitabile. La macchina vuole accelerare e la politica continua a tirare il freno a mano.
È qui che nasce il concetto di accelerazionismo.
L’idea, molto semplificata, è che il capitalismo non vada rallentato o corretto, ma spinto fino alle sue estreme conseguenze. Bisognerebbe lasciare correre tecnologia, automazione, finanza e intelligenza artificiale fino al punto di rottura, perché soltanto l’accelerazione totale potrebbe produrre una nuova fase della storia.
Detta così sembra fantascienza filosofica. In parte lo è. Ma il problema è che molte intuizioni di Land intercettano dinamiche reali del capitalismo contemporaneo.
Negli ultimi trent’anni il potere economico si è progressivamente spostato verso sistemi sempre più automatici, finanziarizzati e algoritmici. I mercati reagiscono in millisecondi. Le piattaforme raccolgono dati in tempo reale. Gli algoritmi prendono decisioni che nessun essere umano sarebbe in grado di elaborare alla stessa velocità. L’intelligenza artificiale promette di automatizzare una parte crescente del lavoro cognitivo.
Dentro questo scenario la politica appare effettivamente lenta.
Un Parlamento impiega mesi per approvare una legge.
Una piattaforma aggiorna miliardi di interazioni nel giro di pochi secondi.
Uno Stato discute per anni una regolamentazione.
Una startup cambia interi mercati nel tempo di un ciclo finanziario.
Land prende questa asimmetria e la trasforma in filosofia. Secondo lui il capitalismo tecnologico non sarebbe semplicemente un sistema economico: sarebbe una forma di intelligenza emergente che usa l’umanità come fase transitoria del proprio sviluppo.
È qui che il suo pensiero smette di essere soltanto politico e diventa quasi mistico.
La tecnologia non sarebbe più uno strumento nelle mani dell’uomo. Sarebbe il contrario. Gli esseri umani diventerebbero componenti temporanei di un processo più grande, orientato verso automazione, intelligenza artificiale e superamento dei limiti biologici.
Per questo una parte dell’universo accelerazionista guarda con fascinazione al transumanesimo, all’AI generale e perfino all’idea che il capitalismo possa produrre qualcosa di post-umano.
A prima vista tutto questo sembra distante dalla realtà concreta delle imprese, delle guerre commerciali o della geopolitica. In realtà non lo è affatto.
Perché dietro molte delle grandi trasformazioni contemporanee esiste già una logica accelerazionista implicita. La convinzione, cioè, che qualsiasi resistenza sociale o politica debba essere sacrificata in nome della velocità tecnologica.
Se l’AI distruggerà milioni di posti di lavoro, il problema diventa “riqualificare” le persone abbastanza velocemente.
Se le piattaforme monopolizzano interi settori, la risposta è che l’innovazione non può essere rallentata.
Se l’automazione produce concentrazione estrema di ricchezza, il mercato troverà un equilibrio successivo.
È una cultura che considera inevitabile tutto ciò che la tecnologia rende possibile.
Ed è qui che Land diventa importante anche per chi non ha mai letto una riga dei suoi testi.
Perché il suo pensiero descrive perfettamente l’atmosfera psicologica di una parte della Silicon Valley contemporanea: l’idea che il futuro appartenga a chi accelera senza farsi bloccare da scrupoli politici, morali o sociali.
Move fast and break things, diceva Facebook nei suoi primi anni.
Muoviti velocemente e rompi le cose.
Per molto tempo è sembrato soltanto uno slogan aggressivo da startup. Col senno di poi somiglia quasi a un manifesto culturale dell’accelerazionismo occidentale.
Il problema è che le “cose” che vengono rotte non sono soltanto vecchi mercati.
Sono anche istituzioni.
Relazioni sociali.
Lavoro.
Informazione.
Capacità degli Stati di controllare processi economici giganteschi.
Ed è qui che il discorso si intreccia con la nuova destra tecnologica.
Perché se il capitalismo tecnologico viene percepito come una forza inevitabile, allora la democrazia rischia di apparire semplicemente come un ostacolo temporaneo. Un sistema troppo lento per governare la velocità della macchina.
La conseguenza è paradossale: una parte dell’élite tecnologica finisce per parlare di libertà mentre costruisce sistemi sempre più centralizzati e automatizzati.
Le piattaforme promettono autonomia individuale ma concentrano dati e potere in poche aziende.
Le criptovalute nascono per decentralizzare la finanza ma producono nuovi oligopoli digitali.
L’intelligenza artificiale viene raccontata come democratizzazione della conoscenza mentre richiede investimenti infrastrutturali accessibili soltanto a governi e colossi privati.
È una libertà che spesso coincide con la liberazione del capitale da qualsiasi limite collettivo.
Ed è qui che l’Europa appare particolarmente vulnerabile.
Perché mentre Stati Uniti e Cina combattono per il controllo delle infrastrutture tecnologiche globali, il continente europeo continua spesso a comportarsi come se il problema fosse soltanto regolatorio. Ma non si governa il futuro soltanto scrivendo norme. Servono capacità industriali, cloud, chip, energia, reti, dati, investimenti pubblici e visione strategica.
Altrimenti il rischio è diventare il luogo dove le tecnologie vengono consumate ma non governate.
E forse il punto più inquietante del pensiero di Nick Land è proprio questo: la sensazione che il capitalismo tecnologico stia già correndo a una velocità superiore rispetto alla capacità delle democrazie di comprenderlo.
Se avesse ragione, il problema non sarebbe soltanto politico.
Sarebbe temporale.
La macchina correrebbe più veloce delle istituzioni costruite per controllarla.
E a quel punto la domanda non sarebbe più se fermarla.
Ma chi avrà il potere di salirci sopra prima degli altri.