Se Peter Thiel rappresenta il grande finanziatore filosofico della nuova destra tecnologica americana, Curtis Yarvin ne è probabilmente il teorico più estremo. O almeno il più esplicito.
Per anni Yarvin è rimasto confinato dentro nicchie di internet frequentate da programmatori, libertari radicali, monarchici digitali e comunità ossessionate dal collasso delle democrazie occidentali. Scriveva blog chilometrici sotto lo pseudonimo di Mencius Moldbug, mescolando teoria politica, sarcasmo, cultura hacker e nostalgia aristocratica. Sembrava una figura marginale, uno di quei personaggi che internet produce continuamente: intelligenti, ossessivi, provocatori, spesso incapaci di uscire dalla propria bolla.
Poi però alcune sue idee hanno iniziato a circolare molto più in alto.
Investitori della Silicon Valley hanno cominciato a citarlo. Giornalisti e think tank americani hanno iniziato a occuparsene. Alcuni ambienti vicini alla nuova destra trumpiana hanno guardato con interesse alle sue teorie sulla necessità di “rifondare” lo Stato americano. E soprattutto Yarvin ha intercettato qualcosa che una parte delle élite occidentali pensa sempre più spesso, anche quando evita di dirlo apertamente: la democrazia liberale sarebbe diventata troppo lenta per governare sistemi economici e tecnologici ormai fuori scala.
La sua risposta è brutale.
Se una startup funziona meglio di uno Stato, allora forse il problema è lo Stato.
Sembra una provocazione da forum online, ma dentro quella frase c’è il cuore del suo pensiero. Yarvin guarda alle istituzioni democratiche contemporanee come a macchine inefficienti, incapaci di prendere decisioni rapide, paralizzate dalla mediazione continua e dall’obbligo di cercare consenso. Elezioni, burocrazie, contrappesi costituzionali, libertà di stampa, opinione pubblica: tutto viene percepito come attrito.
E qui arriva il passaggio decisivo.
Secondo Yarvin, gli Stati moderni dovrebbero essere amministrati come aziende private. Non metaforicamente. Letteralmente.
Un Paese avrebbe bisogno di una guida unica, stabile, tecnicamente competente e libera dai vincoli della politica elettorale. Una specie di CEO-monarca capace di governare in modo efficiente, trattando il territorio come una piattaforma da ottimizzare.
Dentro questa visione il cittadino smette progressivamente di essere soggetto politico e diventa qualcosa di più vicino a un cliente, o peggio a un dipendente. Se il sistema funziona, se produce ordine, crescita e sicurezza, allora il problema della partecipazione democratica diventa secondario.
È un’idea profondamente anti-illuminista, anche se nasce nel cuore dell’industria tecnologica contemporanea.
La Rivoluzione francese, la sovranità popolare, il costituzionalismo moderno e l’idea stessa di uguaglianza politica vengono considerati errori storici che avrebbero prodotto apparati pubblici ingestibili, società troppo conflittuali e Stati incapaci di prendere decisioni radicali.
In altre parole: troppa democrazia avrebbe ucciso l’efficienza occidentale.
È difficile non vedere, dentro questa teoria, la mentalità tipica della Silicon Valley portata alle sue estreme conseguenze. Per decenni il mondo tecnologico americano ha celebrato il mito del fondatore visionario: una figura capace di prendere decisioni rapide senza mediazioni, rompere regole, ignorare limiti e trasformare interi settori economici nel giro di pochi anni.
Yarvin prende quella logica aziendale e la applica allo Stato.
Il Parlamento diventa un rallentamento.
La stampa un elemento destabilizzante.
La magistratura indipendente un ostacolo.
Il consenso democratico una perdita di tempo.
Conta soltanto la capacità di governare in modo efficiente.
Il problema è che la storia europea dovrebbe aver insegnato quanto sia pericolosa qualsiasi ideologia che riduca la politica a tecnica amministrativa.
Perché nel momento in cui il conflitto sociale viene considerato un bug del sistema e non una componente inevitabile della società, la tentazione autoritaria smette di apparire tale. Comincia invece a presentarsi come semplice pragmatismo.
Ed è qui che Yarvin diventa interessante anche per chi considera le sue idee irrealistiche.
Perché il punto non è capire se gli Stati Uniti diventeranno davvero una monarchia aziendale. Il punto è osservare quanto il linguaggio della governance contemporanea stia già assorbendo categorie molto simili: efficienza, ottimizzazione, decisionismo, leadership verticale, disprezzo per la lentezza parlamentare.
La cosa paradossale è che questa cultura cresce proprio mentre le Big Tech accumulano un potere senza precedenti.
Negli ultimi vent’anni una manciata di aziende private ha costruito infrastrutture che attraversano praticamente ogni aspetto della vita contemporanea: comunicazione, commercio, dati, cloud, AI, logistica, informazione, sistemi operativi, pagamenti digitali. E più queste piattaforme diventano centrali, più cresce l’idea che il modello aziendale sia superiore a quello democratico.
Se Amazon riesce a coordinare milioni di consegne al giorno e il Parlamento impiega mesi per approvare una legge, allora lo Stato appare inevitabilmente antiquato.
Se un algoritmo prende decisioni in tempo reale mentre la politica discute per anni, l’efficienza tecnologica finisce per sembrare moralmente superiore alla mediazione democratica.
Yarvin porta all’estremo questa ossessione contemporanea per la performance.
Il problema è che una società non è una startup.
Una startup può licenziare.
Può escludere.
Può scegliere i propri utenti.
Può ottimizzare tutto intorno a un obiettivo preciso.
Uno Stato democratico no. O almeno non dovrebbe.
Perché una democrazia non serve a massimizzare efficienza. Serve a gestire conflitti, interessi divergenti, diritti incompatibili e tensioni sociali senza trasformarle automaticamente in guerra civile o dominio oligarchico.
È un sistema lento proprio perché cerca continuamente di impedire che il potere si concentri troppo velocemente nelle mani di qualcuno.
Ed è esattamente questo il punto che irrita una parte dell’élite tecnologica contemporanea.
La democrazia produce attrito.
Produce ritardo.
Produce negoziazione.
Produce limiti.
Per chi ragiona come un venture capitalist, tutto questo appare insopportabile.
La vera forza delle idee di Yarvin non sta allora nella loro concreta realizzabilità. Sta nel fatto che offrono una giustificazione teorica al desiderio crescente di una governance senza politica. Un mondo dove le decisioni vengono prese da tecnici, piattaforme, algoritmi e manager invece che da processi democratici considerati troppo caotici.
Ed è qui che il discorso diventa europeo.
Perché mentre negli Stati Uniti queste idee crescono dentro un ecosistema tecnologico dominante, l’Europa continua a oscillare tra regolazione burocratica e dipendenza infrastrutturale. Produce norme ma fatica a produrre piattaforme. Discute di sovranità digitale mentre gran parte della sua vita economica passa attraverso sistemi americani.
In questo scenario il rischio non è soltanto economico.
È culturale.
Se il cittadino comincia a percepirsi sempre meno come soggetto politico e sempre più come utente di servizi gestiti da grandi infrastrutture private, allora la trasformazione immaginata da Yarvin smette di sembrare fantascienza. Diventa una tendenza già in corso.
Non servono monarchi in uniforme.
Basta convincere le persone che la libertà coincida con l’efficienza della piattaforma che stanno usando.