Giovedì, appena prima dell’inizio della partita di calcio tra la nazionale di Hong Kong e quella dell’Iran valida per le qualificazioni ai Mondiali del 2026, due uomini e una donna hongkonghesi sono stati arrestati per aver «voltato le spalle al campo» ed essere rimasti seduti mentre veniva suonato l’inno cinese.

Fino a quattro anni fa era piuttosto normale che l’inno cinese venisse fischiato durante le partite della nazionale di Hong Kong, ma nel 2020 il governo ha vietato la pratica nel contesto di una più ampia opera di repressione delle proteste per la democrazia iniziate l’anno prima. In un comunicato la polizia ha scritto che «chiunque insulti pubblicamente e intenzionalmente l’inno nazionale in qualsiasi modo commette un crimine». Le tre persone arrestate hanno tra i 18 e 31 anni: se ritenute colpevoli, rischiano fino a tre anni di carcere e una multa di 50mila dollari di Hong Kong (più o meno 6mila euro).

Dal 1997 Hong Kong è una regione amministrativa speciale cinese, cioè fa parte della Cina ma ha una forma di autonomia: compete a proprio nome in molti sport internazionali, compreso il calcio. A partire dal 2014, e con maggiore intensità negli anni successivi, sotto il presidente Xi Jinping la Cina cominciò a revocare alcune delle libertà di cui Hong Kong aveva goduto negli ultimi decenni, e ad avviare politiche di progressiva assimilazione con il resto della Cina. Questo provocò enormi proteste di piazza, dapprima nel 2014 e poi nel 2019. Il controllo sempre più asfissiante della Cina su Hong Kong sta togliendo alla città autonomia e tutti quegli elementi che la rendevano speciale e unica al mondo.

A Hong Kong la nazionale di calcio è un simbolo di orgoglio civico e talvolta anche di opposizione al governo cinese. Nel 2026 però non parteciperà ai Mondiali, avendo perso la partita di giovedì contro l’Iran 4 a 2.

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