Se si volesse trovare un volto simbolico della nuova élite tecnologica americana, Elon Musk sarebbe probabilmente il più spettacolare. Ma se si volesse invece capire il cervello politico che sta dietro una parte della trasformazione in corso, allora bisognerebbe guardare altrove. Bisognerebbe guardare a Peter Thiel.

Thiel non urla quasi mai. Non ha bisogno di trasformare ogni dichiarazione in un meme. Non cerca il consenso emotivo delle folle online. Si muove in modo più silenzioso, più antico, quasi aristocratico. Ed è probabilmente proprio questo a renderlo più interessante di altri personaggi della Silicon Valley: Musk sembra ancora figlio della cultura pop di internet; Thiel invece ragiona come qualcuno convinto che il XXI secolo sarà deciso da una minoranza capace di controllare infrastrutture, finanza, difesa e intelligenza artificiale.

È difficile capire la traiettoria politica dell’America tecnologica senza passare da lui.

Peter Thiel nasce culturalmente dentro la rivoluzione libertaria americana, ma col tempo sviluppa una posizione molto più radicale. Nel 2009 scrive una frase diventata celebre: “Non credo più che libertà e democrazia siano compatibili”. Una provocazione, certo. Ma anche qualcosa di più serio di quanto molti abbiano voluto ammettere. Perché quella frase non nasce da un impeto polemico momentaneo: attraversa tutta la sua visione del mondo.

Thiel parte da una convinzione molto semplice e profondamente elitaria. Le società contemporanee sarebbero paralizzate dalla mediazione democratica, dalla burocrazia, dalla redistribuzione, dall’ossessione egualitaria e dalla paura del rischio. In altre parole: l’Occidente avrebbe smesso di credere nel futuro perché troppo impegnato a negoziare con la propria classe media.

Dentro questa lettura la tecnologia diventa l’unica forza ancora capace di rompere la stagnazione. Non la politica. Non i movimenti collettivi. Non i sindacati. Non i Parlamenti. Soltanto una minoranza di innovatori, imprenditori e investitori abbastanza spregiudicati da accelerare la storia.

È qui che il libertarismo di Thiel smette di assomigliare all’immagine classica del liberale anti-Stato e comincia a trasformarsi in qualcosa di molto diverso: una forma di aristocrazia tecnologica.

Perché il punto centrale del suo pensiero non è la libertà per tutti. È la libertà delle élite produttive di liberarsi dai vincoli della società democratica.

Molte delle ossessioni della Silicon Valley contemporanea ruotano attorno a questo nucleo ideologico. Le criptovalute nascono anche come tentativo di sottrarre la moneta agli Stati. Le città private come Próspera immaginano enclave governate da regole autonome. Il transumanesimo promette di superare i limiti biologici dell’uomo comune. La conquista dello spazio viene raccontata come fuga dal declino terrestre. Perfino il culto dell’intelligenza artificiale contiene spesso un’idea implicita: la politica umana sarebbe troppo lenta per gestire la complessità del mondo.

Thiel non inventa tutto questo da solo, ma è uno dei personaggi che meglio riescono a tenere insieme filosofia, finanza, tecnologia e potere.

PayPal è stato il suo primo laboratorio. Da lì nasce quella rete di rapporti che oggi viene chiamata “PayPal Mafia”: Elon Musk, David Sacks, Reid Hoffman, Roelof Botha, Max Levchin, una generazione di imprenditori e investitori che avrebbe poi colonizzato pezzi enormi dell’economia digitale americana.

La cosa interessante è che quel gruppo non si limita a creare aziende. Costruisce una classe dirigente parallela.

Musk controlla infrastrutture spaziali, satellitari e mediatiche. Andreessen finanzia startup che influenzano AI e crypto. David Sacks si muove tra venture capital e politica repubblicana. J.D. Vance, sostenuto da Thiel, arriva fino alla vicepresidenza degli Stati Uniti. Palantir lavora direttamente con apparati militari e intelligence.

Ed è qui che il discorso smette definitivamente di essere teorico.

Per anni la Silicon Valley ha venduto l’idea di essere “anti-sistema”. In realtà costruiva un nuovo sistema. Più privato. Più verticale. Più concentrato.

Palantir rappresenta forse meglio di qualsiasi altra azienda questa trasformazione. Nata ufficialmente per aiutare nella lotta al terrorismo dopo l’11 settembre, è diventata uno dei simboli del capitalismo della sorveglianza applicato alla sicurezza nazionale. Analizza dati, costruisce modelli predittivi, lavora con governi, eserciti e intelligence. È il punto in cui Big Tech, guerra e potere statale smettono di essere mondi separati.

Ed è significativo che proprio Thiel, teorico del sospetto verso la democrazia, sia uno degli uomini che più hanno contribuito alla costruzione delle nuove infrastrutture della sicurezza occidentale.

Il paradosso è soltanto apparente.

La Silicon Valley libertaria ha sempre dichiarato di diffidare dello Stato. Ma nel momento in cui accumula abbastanza potere smette di voler eliminare lo Stato: vuole integrarlo, influenzarlo, guidarlo.

La vecchia idea neoliberale immaginava un mercato separato dalla politica. La nuova élite tecnologica americana sembra invece voler fondere direttamente potere economico, infrastruttura digitale e capacità sovrana.

È per questo che la figura di Thiel inquieta così tanto una parte dell’establishment occidentale. Non perché sia un “cattivo” da romanzo cyberpunk, ma perché rappresenta una mutazione reale del capitalismo contemporaneo.

Un capitalismo che non si limita più a produrre merci o servizi.

Produce ordine politico.

Se il Novecento industriale aveva avuto i petrolieri, i banchieri e i proprietari delle grandi fabbriche, il XXI secolo potrebbe essere dominato da chi controlla dati, algoritmi, reti satellitari, intelligenza artificiale e infrastrutture computazionali.

In questo scenario la democrazia rischia di apparire sempre più come un sistema lento che cerca disperatamente di regolamentare soggetti già diventati troppo grandi per essere regolati davvero.

Ed è probabilmente questo il punto più importante da capire.

Peter Thiel non è interessante perché rappresenti un’eccezione estrema della Silicon Valley. È interessante perché rende esplicito qualcosa che molti altri preferiscono lasciare implicito: una parte dell’élite tecnologica occidentale non crede più davvero nella società di massa democratica nata nel secondo dopoguerra.

La considera inefficiente.

Troppo costosa.

Troppo lenta.

Troppo conflittuale.

Troppo umana.

Per questo il tema non riguarda soltanto l’America.

Riguarda anche l’Europa e la sua crescente dipendenza tecnologica. Perché se il potere economico e infrastrutturale continua a concentrarsi in poche piattaforme private straniere, il rischio non sarà semplicemente perdere competitività industriale. Il rischio sarà perdere progressivamente capacità politica.

E forse il vero problema dell’Europa contemporanea è proprio questo: mentre una parte delle élite tecnologiche americane immagina il futuro come una nuova aristocrazia digitale, il continente che aveva inventato lo Stato sociale, il costituzionalismo moderno e la democrazia parlamentare sembra ancora convinto di trovarsi davanti soltanto a una questione di innovazione economica.