Per capire davvero che cosa sia diventata la Silicon Valley bisogna smettere di guardarla come un insieme di aziende e iniziare a guardarla come una classe dirigente.

Il termine “PayPal Mafia” nasce quasi per scherzo. Una foto del 2007 ritrae alcuni ex dirigenti di PayPal vestiti come gangster italoamericani. Doveva essere una provocazione ironica, un modo per raccontare il successo clamoroso di un gruppo di giovani imprenditori usciti dalla stessa startup. Col tempo però quella definizione ha smesso di sembrare una battuta.

Perché raramente nella storia del capitalismo contemporaneo una singola rete di relazioni ha accumulato così tanto potere economico, tecnologico, culturale e politico.

Da PayPal passano Peter Thiel, Elon Musk, David Sacks, Reid Hoffman, Max Levchin, Roelof Botha e molti altri protagonisti della trasformazione digitale americana. Alcuni diventano miliardari. Alcuni costruiscono fondi d’investimento giganteschi. Altri entrano direttamente dentro le infrastrutture strategiche del XXI secolo.

A prima vista sembrano semplicemente imprenditori di successo. In realtà hanno costruito qualcosa di molto più simile a una aristocrazia tecnologica.

La cosa interessante è che PayPal nasce in un momento storico preciso: la fine degli anni Novanta, quando internet smette di essere una promessa culturale e inizia a diventare infrastruttura economica globale. Quella generazione cresce dentro un’idea molto americana del capitalismo: aggressivo, deregolamentato, convinto che la velocità sia più importante della stabilità e che le istituzioni pubbliche siano quasi sempre un freno.

Ma dopo il crollo delle dot-com accade qualcosa di decisivo. Una parte di questi imprenditori capisce che il vero potere non sta soltanto nel creare aziende redditizie. Sta nel controllare i livelli profondi dell’infrastruttura contemporanea.

Non basta vendere prodotti.

Bisogna governare reti.

Dati.

Comunicazione.

Difesa.

Finanza.

Capacità computazionale.

È qui che la PayPal Mafia smette di essere una storia di startup e diventa un fenomeno politico.

Peter Thiel fonda Palantir, che lavora con intelligence, eserciti e apparati di sicurezza. Elon Musk costruisce contemporaneamente Tesla, SpaceX, Starlink e acquisisce Twitter, controllando pezzi enormi di mobilità, spazio, comunicazione e infrastruttura satellitare. David Sacks si avvicina alla nuova destra trumpiana. Reid Hoffman diventa uno dei grandi finanziatori liberal della Silicon Valley. Andreessen e Horowitz costruiscono uno dei fondi più influenti del mondo tech, investendo in AI, crypto e difesa.

Sembrano percorsi separati, ma condividono un tratto fondamentale: tutti ragionano come se la politica tradizionale fosse ormai troppo lenta per governare il capitalismo tecnologico.

Ed è qui che emerge il vero salto storico.

Nel Novecento i grandi capitalisti cercavano soprattutto di influenzare la politica. Oggi una parte dell’élite tecnologica americana costruisce direttamente infrastrutture che gli Stati stessi iniziano a usare per funzionare.

SpaceX non è semplicemente un’azienda privata. È un pezzo dell’infrastruttura spaziale americana.

Starlink non è soltanto una rete commerciale. È una piattaforma geopolitica usata in scenari militari reali.

Palantir non vende soltanto software. Organizza dati strategici per intelligence e difesa.

OpenAI non è più soltanto un laboratorio di ricerca. È un nodo centrale nella corsa globale all’intelligenza artificiale.

A quel punto il confine tra settore privato e capacità sovrana diventa sempre più sfumato.

Ed è qui che la retorica libertaria della Silicon Valley mostra tutta la sua ambiguità.

Per anni questo ambiente ha raccontato se stesso come anti-establishment: giovani ribelli contro lo Stato, innovatori contro la burocrazia, outsider contro le vecchie élite industriali. Nel frattempo però accumulava una quantità di capitale, dati e capacità infrastrutturale senza precedenti.

Il risultato è che oggi una parte della politica americana appare quasi dipendente da queste reti tecnologiche.

Non si tratta soltanto di lobbying classica.

Si tratta di qualcosa di più profondo: la nascita di una classe dirigente privata capace di influenzare contemporaneamente economia, sicurezza, informazione e immaginario culturale.

La PayPal Mafia funziona infatti anche come ecosistema ideologico.

Condivide investimenti.

Media.

Think tank.

Relazioni politiche.

Podcast.

Fondazioni.

Università.

Una parte di questo ambiente sostiene apertamente la deregulation radicale. Un’altra investe nel transumanesimo. Un’altra ancora finanzia candidati conservatori o libertari. Alcuni si muovono verso la destra trumpiana, altri restano dentro il mondo liberal americano. Ma quasi tutti condividono un punto implicito: la convinzione che il futuro debba essere guidato da una minoranza tecnologicamente competente.

È una mentalità profondamente elitaria.

E in alcuni casi apertamente anti-egualitaria.

Peter Thiel ha criticato il suffragio universale. Marc Andreessen parla spesso della necessità di accelerare senza farsi bloccare dalla regolazione. Elon Musk usa la propria piattaforma mediatica come strumento politico diretto. L’intero ecosistema crypto nasce anche dal desiderio di sottrarre moneta e finanza al controllo degli Stati.

Il punto non è sostenere che esista una cospirazione coordinata. Sarebbe una semplificazione infantile.

Il punto è osservare che una rete ristretta di uomini provenienti dallo stesso ambiente culturale ha accumulato un livello di influenza enorme sulle infrastrutture del XXI secolo.

E questa trasformazione produce conseguenze anche fuori dagli Stati Uniti.

L’Europa, per esempio, continua a trattare molte piattaforme americane come semplici aziende private. In realtà sta progressivamente delegando pezzi della propria sovranità digitale a soggetti stranieri che rispondono a logiche industriali e politiche autonome.

Le imprese europee usano cloud americani.

I governi europei comunicano attraverso piattaforme americane.

I dati industriali europei transitano dentro ecosistemi costruiti altrove.

L’intelligenza artificiale che entrerà nei processi produttivi europei sarà in larga parte sviluppata negli Stati Uniti.

Dentro questo scenario il rischio non è soltanto economico.

È strategico.

Perché chi controlla l’infrastruttura invisibile controlla anche il margine di autonomia degli altri.

Ed è probabilmente questo il punto più importante da capire sulla PayPal Mafia.

Non si tratta semplicemente di imprenditori diventati ricchi.

Si tratta di una generazione che ha intuito prima di altri che il vero potere del XXI secolo non sarebbe passato soltanto dalla produzione industriale o dalla finanza tradizionale, ma dalla capacità di costruire e controllare i sistemi attraverso cui passa la realtà contemporanea.

Comunicazione.

Dati.

Cloud.

Spazio.

AI.

Pagamenti.

Sorveglianza.

Logistica.

Per questo il termine “Mafia”, usato inizialmente in modo ironico, oggi appare quasi involontariamente rivelatore.

Non perché questi uomini agiscano come criminali.

Ma perché funzionano come una rete di potere.

Una rete che investe insieme, si protegge, si espande e produce progressivamente una propria idea di società.

Ed è qui che la domanda diventa inevitabile.

Se nel Novecento le grandi democrazie industriali erano riuscite, almeno in parte, a limitare il potere dei monopoli economici, cosa succede quando i nuovi monopoli controllano contemporaneamente informazione, infrastruttura digitale, intelligenza artificiale e capacità geopolitica?

Forse la vera trasformazione del nostro tempo è già avvenuta.

Non abbiamo più soltanto aziende globali.

Abbiamo oligarchie infrastrutturali.