Aveva già preparato circa 700 grammi di gioielli d’oro, convinta che dovesse mostrarli a un funzionario del Tribunale. Ma quando un diciannovenne si è presentato alla sua abitazione, nel territorio lucchese, gli agenti della Squadra Mobile erano appostati nelle vicinanze e lo hanno bloccato. Il giovane, italiano, è stato arrestato per truffa aggravata: secondo la polizia era ancora in videochiamata con l’uomo che lo guidava verso la casa.

L’intervento risale al pomeriggio di mercoledì 21 ottobre. La Questura di Lucca ne ha dato notizia il 23 ottobre, precisando con una successiva rettifica la quantità di oro che la donna aveva raccolto. A far scattare l’operazione è stata una segnalazione al Numero unico di emergenza 112; il comunicato non indica chi abbia telefonato né il comune esatto in cui abita la vittima.

Il raggiro era cominciato al telefono. Un uomo si era qualificato come tenente dei Carabinieri e aveva raccontato alla donna che la sua automobile risultava coinvolta in una rapina. Da questa falsa premessa era passata la richiesta di un controllo sui beni custoditi in casa: un presunto incaricato del Tribunale sarebbe arrivato per verificarne la provenienza.

La donna era stata invitata a riunire preziosi e denaro da esibire al visitatore. Nel frattempo, ricevuto l’allarme, i poliziotti si erano posizionati nei pressi dell’abitazione. L’arrivo del diciannovenne ha consentito loro di intervenire mentre, secondo la ricostruzione investigativa, stava cercando di impossessarsi dei beni.

La videochiamata ancora attiva è uno dei particolari riferiti dalla Questura: dall’altro capo del collegamento arrivavano le indicazioni per raggiungere l’indirizzo della signora. Il comunicato descrive quindi ruoli distinti fra chi aveva costruito la storia del falso accertamento e il giovane presentatosi alla porta, ma non comunica l’identificazione o provvedimenti nei confronti dell’altro interlocutore.

Il diciannovenne è stato accompagnato in Questura, identificato e trattenuto nelle camere di sicurezza a disposizione dell’autorità giudiziaria, che ha disposto il giudizio per direttissima. L’aggravante contestata riguarda l’aver indotto la vittima a credere di dover eseguire un ordine dell’autorità. Non è stato comunicato l’esito del giudizio; le responsabilità per l’episodio devono ancora essere accertate.

Illustrazione editoriale generata con IA: scena simbolica con telefono e gioielli, non una fotografia o ricostruzione del fatto.