C’è un momento, nella storia di ogni dipendenza, in cui il tossico si convince che la colpa non è della sostanza, ma di chi gliel’ha tolta.
L’Europa è in quel momento.
E la Germania, in particolare, sembra soffrire di una crisi d’astinenza geopolitica da gas russo.


“Il problema non è il sabotaggio. Il problema è averlo costruito.”

Con questa frase, il premier polacco Donald Tusk ha messo il dito nella piaga.
Non è la bomba sotto il Nord Stream 2 il vero scandalo, ma il fatto che quel gasdotto sia mai esistito.
Costruito per legare ancora di più la Germania a Mosca, presentato come un progetto industriale e pacifico, è stato in realtà lo strumento con cui Putin ha comprato mezza Europa a colpi di metano.

E ora che qualcuno prova a farne i conti — la Polonia, i Paesi baltici, l’Ucraina — il nervo scoperto di Berlino reagisce.
Non con un esame di coscienza, ma con un tentativo di revisionismo storico.


Merkel e la riscrittura del passato

In un’intervista recente con il media ungherese Partizán, Angela Merkel ha accusato la Polonia e i Baltici di aver sabotato, nel 2021, il suo tentativo di riaprire un dialogo diretto con Putin.
Tradotto: se solo mi avessero lasciato parlare con lui, forse non ci sarebbe stata la guerra.

È un modo elegante per spostare la colpa dagli errori tedeschi alla presunta intransigenza dell’Est.
Peccato che la realtà dica altro:

  • la Germania ha costruito due gasdotti (Nord Stream 1 e 2) con capitali pubblici e privati, aggirando deliberatamente i Paesi di transito come Polonia e Ucraina;
  • ha aumentato la dipendenza energetica dalla Russia fino a oltre il 50%;
  • e lo ha fatto anche dopo l’invasione della Crimea nel 2014, chiudendo un occhio sulle mire imperiali di Mosca.

Merkel non è sola in questo tentativo di autoassoluzione. In fondo, ogni Paese preferisce ricordarsi come vittima della storia, non come complice. Ma il problema, in questo caso, è che la complicità tedesca è documentata.


Gerhard Schröder, l’uomo che vendette Berlino a Gazprom

Per capire quanto profonda sia stata la penetrazione russa nella politica tedesca, basta un nome: Gerhard Schröder.
Cancellierato socialdemocratico, giacca sobria, sorriso da uomo del popolo.
Nel 2005, pochi giorni dopo aver firmato l’accordo per la costruzione del Nord Stream 1, Schröder perde le elezioni.
E cosa fa? Si siede nel consiglio di amministrazione di Nord Stream AG, la società controllata da Gazprom, l’azienda di Stato russa del gas.

Da lì in poi è un crescendo:

  • entra nel board di Rosneft, gigante petrolifero russo;
  • viene proposto (dalla Russia) anche nel consiglio di Gazprom;
  • e, fino al 2022, continua a ricevere benefici e uffici pagati dallo Stato tedesco.

Solo dopo l’invasione dell’Ucraina il Bundestag, a furor di popolo, decide di revocargli stipendio, staff e ufficio.
Troppo tardi. Il simbolo era già inciso nella storia:
un ex cancelliere tedesco sul libro paga del Cremlino.

Altro che “influenza russa”: qui siamo davanti a una cattura sistemica, dove il confine tra politica e interessi energetici è stato abolito.
Putin non ha mai dovuto corrompere nessuno: gli è bastato pagare bene e promettere gas a buon prezzo.


La Germania di Putin

Quando la guerra è arrivata, Berlino è apparsa sorpresa.
Ma non c’è nulla di sorprendente: per anni, la Germania ha creduto di poter “civilizzare” la Russia col commercio, e invece è stata colonizzata dal suo gas.
Il gas russo ha comprato silenzio politico, consenso industriale, vantaggio competitivo e un intero modello economico fondato sulla finzione di una “pace energetica perpetua”.

Il risultato?
Una Germania divisa tra chi oggi ammette di essere stata ingenua e chi, come Merkel, tenta di riscrivere il passato per non ammettere la verità:
che la Russia ha vinto la prima parte della guerra senza sparare un colpo, semplicemente aprendo i rubinetti.


Il paradosso europeo

Ora che la Polonia rifiuta di consegnare alla Germania il presunto sabotatore del Nord Stream, la scena si ribalta:
chi per anni è stato accusato di “russofobia”, oggi è quello che difende l’Europa dai fantasmi che Berlino ha messo in casa.

La frase di Tusk — “Il problema non è il sabotaggio, è averlo costruito” — resterà nella storia come la più amara e la più lucida.
È il promemoria che l’Europa si è fatta fregare due volte:
prima dall’illusione tedesca che il gas potesse portare la pace,
poi dall’illusione attuale che basti riscrivere la storia per salvarsi la reputazione.


L’Italia e la lezione da imparare

L’Italia non è immune da questo meccanismo.
Anche noi abbiamo creduto che l’energia fosse una questione tecnica, non politica.
Che bastasse cambiare fornitore per essere liberi.
Oggi, mentre la Germania si contorce per rifare i conti con Mosca, dovremmo ricordare che ogni tubo ha un prezzo.
E che quando ti vendono energia scontata, qualcuno sta comprando la tua libertà.


Bibliografia essenziale

  • Il Fatto Quotidiano, Tusk: “Il problema è aver costruito Nord Stream, non il sabotaggio” (8 ottobre 2025)
  • Il Fatto Quotidiano, Merkel: “Colpa di Polonia e Baltici se Putin ha invaso l’Ucraina” (6 ottobre 2025)
  • Europa Today, Merkel rivendica gli accordi con Putin sul gas: “Non mi pento” (ottobre 2025)
  • BBC News, Germany strips ex-Chancellor Gerhard Schröder of office privileges over Russia ties (2022)
  • Reuters, Schröder quits Rosneft board after pressure over Russia links (maggio 2022)
  • DW, How Schröder became a symbol of Germany’s Russia problem (2023)